Non è mai troppo tardi per giocare a rugby: Paolo, che ha iniziato a 44 anni (dieci anni fa)!

Si dice spesso che il rugby è uno sport per tutti, dove ogni fisico può trovare il suo ruolo. Ma è anche uno sport per tutte le età? Stando all’esperienza del nostro “old” Paolo, assolutamente sì: lui ha iniziato a giocare a 44 anni e festeggia giusto in questi giorni i suoi primi dieci anni di palla ovale.

Si è così meritato una piccola intervista per celebrare questo bel traguardo e per permettergli di raccontare la sua bella storia di rugby: “Ho sempre pregato mia figlia di non dire che papà gioca a rugby ma di dire che papà è un mezzo rugbista, ma lei invece è molto orgogliosa”.

 

Come è iniziata?

“Ho iniziato a seguire il rugby all’inizio degli anni 2000, guardavo in tv la Nazionale e mi sono subito innamorato di questo sport anche se non ci capivo ancora niente. Da subito mi è piaciuto lo spirito di squadra, il contatto e l’intensità soprattutto nelle azioni negli ultimi 5 metri per segnare la meta, mi commuovevo nel vedere l’impegno, lo sforzo e la collaborazione tra compagni di squadra in quelle fasi concitate e ricordo che alzavo il volume della televisione al massimo per viverle ancora più intensamente. Era l’Italia della generazione dei fratelli Bergamasco, di Parisse e Castrogiovanni”.

I capelli di Parisse

“Appena ho iniziato a perdere i capelli li ho subito rasati a boccia e mi sono poi reso conto di averlo fatto probabilmente perchè Parisse li aveva così, lui, il Capitano: secondo me davvero ho iniziato a rasarmi a zero per assomigliare a Parisse, peccato che mi mancano 10 cm e 30 kg, oltre a tutto il resto!”.

La maglia dell’Irlanda

“Un giorno mio padre mi regalò una maglia dell’Irlanda, credo degli anni ’70, che non ricordo neppure come gli fosse capitata tra le mani. Due anni fa l’ho ritirata fuori, l’ho fatta allargare da una sarta e adesso è una delle mie maglie preferite quando vado il giovedì ad allenarmi a Recco”.

Prima del rugby

“Io ho giocato a calcio da quando avevo sei anni e come portiere anche un paio d’anni nella Sampdoria, ero bravino però verso i sedici anni ho fatto altre scelte, mi sono dedicato di più allo studio e così, ahimè, ho mollato. Facendo il portiere non mi sono mai sentito un calciatore vero, come invece mio fratello che ancora adesso fa l’allenatore ed è la sua vita, la sua grande passione”.

Poi, un giorno, arrivò Recco

“La mia esperienza di rugby è cominciata quando, attorno ai quarant’anni, ho iniziato ad andare a vedere le partite della Pro Recco Rugby, che era negli anni d’oro in cui ha sfiorato più volte la promozione nel massimo campionato italiano. Durante una di queste partite ero seduto di fianco a un ragazzone robusto e sorridente, io avevo la maglia della squadra, allora lui mi chiese di chi fossi parente e io dissi di nessuno, mi chiese dove avessi giocato e io risposi che non avevo mai giocato, “e allora che cosa ci fai qui?”, e io spontaneamente gli dissi che ero appassionato, che guardavo il rugby in tv e dal vivo a Recco o al Carlini, che ero andato allo stadio a vedere la Nazionale una volta, che non ci capivo molto ma sentivo che dentro di me scatenava qualcosa istintivamente. “Perché non vieni il giovedì sera, che ci alleniamo?” – “Ma io non ho mai preso in mano una palla ovale, sono magrolino e non mi sta allenando”. Infatti,  il 6 ottobre del 2016 mi presentai al campo con un paio di scarpe da calcetto che ero corso a comprare da Decathlon e pantaloncini e maglietta recuperati a casa di mia madre”.

Le Orche

“Molti dei “ragazzi” che c’erano quella  sera ci sono ancora oggi. Mi accolsero nella migliore maniera possibile, ero emozionato e feci delle foto che ancora conservo gelosamente. Essendo tutt’ora un introverso, ricordo che non mi fermai al terzo tempo, mi ero bevuto una birra per rimanere ancora un po’ in compagnia ma non vedevo l’ora di salire in macchina e dentro la prima galleria tirai un urlo di gioia come pochi nella vita, un urlo liberatorio per avere rotto il ghiaccio. Non avendo mai giocato neppure da ragazzino mi mancavano tecnica e automatismi, ma anche tutto il resto: all’inizio guardavo i video di Paolini che spiegava anche com’era fatto il campo, mi stampai le regole del rugby per studiarmele, guardavo i tutorial su YouTube su come fare un placcaggio, su come disporsi in campo, sulle differenze fra i vari ruoli. Vedendomi magro e considerandomi più veloce di altri, all’inizio mi misero a giocare ala ma poi, circa a metà di questo mio precorso rugbistico, sono passato seconda linea: le vie del rugby sono infinite!”.

Il rugby mi ha cambiato la vita

“Il mio sogno è continuare più a lungo possibile. L’ambiente è splendido e nel rugby può esserci il ragazzo timido come avrei potuto essere io un secolo fa e magari, se avessi iniziato a giocare allora, avrei avuto più fiducia in me stesso, cosa che è successa in questi dieci anni. Per questo sento di poter dire che il rugby mi ha cambiato la vita: anche sul lavoro e nella vita di tutti i giorni mi sento molto più sicuro di me, sono migliorato tanto e sono orgoglioso perché so di essere riuscito a realizzare questo sogno, perché di questo stiamo parlando per me. Quando ho iniziato con le Orche facevo le sedute di terapia con una psicologa per riprendermi dalla fine del mio matrimonio e mi ricordo che che la terapeuta mi disse di giocare assolutamente, che sarebbe stato terapeutico e, a distanza di dieci anni, posso dire che aveva ragione da vendere! Quando penso che ogni anno possa essere l’ultimo, ripenso ad una persona che una volta mi disse che quando si è rugbisti lo si è per sempre, e allora diciamo che la morale di questa mia storia è che non è mai troppo tardi e che se sei anche solo un mezzo rugbista lo sei per sempre!”

 

Emy Forlani – Pro Recco Rugby

(Foto: lo scatto citato nell’intervista, dal primissimo allenamento di Paolo con le Orche)